Da giugno 2026 inizierà la 61a stagione di rappresentazioni classiche presso il Teatro Greco di Siracusa

Quest’anno, 2026, a cura della Fondazione INDA, al Teatro Greco di Siracusa viene messa in scena la 61a stagione di rappresentazioni classiche.
Le opere che verrano inscenate sono:
- Antigone– Sofocle, regia di Robert Carsen
- Alcesti – Euripide, regia di Filippo Dini
- I Persiani – Eschilo, regia di Alex Ollè
- Iliade – da Omero, regia di Giuliano Peparini
La stagione inizierà il 19 maggio con “Alcesti” e finirà il 28 giugno con “i Persiani”.
Il calendario ufficiale della 61a stagione di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa nel 2026 può essere ritirato come volantino presso la sede INDA di Siracusa in Corso Matteotti, o presso la biglietteria che si trova all’ingresso del Teatro Greco oppure scaricato dal sito dell’INDA a questo link: https://www.indafondazione.org/wp-content/uploads/2025/10/Calendario-INDA-2026-4.pdf
I biglietti possono essere acquistati on-line oppure direttamente presso la sede dell’Inda di Siracusa o presso la biglietteria al Teatro Greco.
Per l’accquisto on-line dei biglietti delle rappresentazioni classiche può essere usato il QR-code presente nel volantino stesso.
Il costo dei biglietti ordinari varia dai 35 ai 70 Euro, secondo il posto e il giorno della settimana. Sono previste riduzioni per le scolaresche e alcuni giorni cosiddetti ” a posto unico” il cui costo è di 28€.
Alla data del mio ultimo aggiornamento, 01/03/2026, non sono state ancora indicate le date riservate ai residenti nella provincia di Siracusa.
In appresso un estratto del volantino dell’INDA in cui sono indicati i costi dei biglietti per la 61a stagione di rappresentazioni classice al Teato Greco di Siracusa:
TRAMA DI ANTIGONE DI SOFOCLE (tratta da wikipedia.org)
L’opera narra la vicenda di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l’ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a morte, murata viva in una grotta.
In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice, lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza.
Prologo: Sorge l’alba, il giorno dopo che Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si sono dati la morte l’un l’altro nel combattere per il trono di Tebe. Antigone, loro sorella, informa l’altra sorella, Ismene, che Creonte, nuovo re della città, parrebbe intenzionato a dare onoranze funebri al corpo di Eteocle, lasciando invece insepolto quello di Polinice. La cosa non è stata ancora annunciata ufficialmente, ma se così sarà – afferma Antigone – lei cercherà di dare comunque sepoltura a Polinice, sfidando l’ordine del re e chiede alla sorella di aiutarla. Ismene, spaventata, si tira indietro ed Antigone tenterà l’impresa da sola.
Parodo: Entra il coro di anziani tebani, trionfante perché l’esercito invasore degli argivi, guidato da Polinice (Argo era la storica nemica di Tebe), è stato sconfitto da quello tebano con a capo Eteocle, e annuncia l’imminente arrivo del nuovo re Creonte.
Primo episodio: Creonte, nel proclamarsi re di Tebe, come previsto decreta che il corpo di Polinice sia lasciato in pasto a uccelli e cani e che chiunque si opponga a questa decisione sia punito con la morte. Arriva però una guardia che, timorosamente, informa il sovrano che qualcuno ha contravvenuto al suo ordine, gettando della sabbia sul corpo di Polinice e compiendo dunque il rito funebre. Furioso, Creonte è convinto che tale atto sia opera di cittadini contrari al suo governo e congeda bruscamente la guardia con l’ordine di individuare il colpevole.
Primo stasimo: Il coro si lancia in un elogio dell’ingegno umano: molte sono le cose mirabili al mondo, ma nessuna è come l’uomo, che ha saputo sottomettere la terra e gli animali alla propria creatività, ha organizzato la propria vita in maniera civile tramite le leggi e ha trovato la cura a molte malattie. Tuttavia l’ingegno umano può volgersi anche al male e distruggere quelle cose che esso stesso ha costruito.
Secondo episodio: Appare nuovamente la guardia, recando con sé Antigone. Racconta che, dopo aver tolto la sabbia sopra il corpo di Polinice ed essere rimasto in attesa, ha visto la ragazza che tornava a seppellire nuovamente il corpo. Antigone non nega di aver commesso il fatto, anzi afferma che la sepoltura di un cadavere è un rito voluto dagli dei, potenze molto superiori a Creonte. Il re reagisce furiosamente, rinfacciandole il mancato rispetto dei suoi ordini, tanto più impudente, dato che Antigone è una donna, e confermando la sua condanna a morte. Antigone è sua nipote, ma le questioni di Stato prevalgono sugli affetti. Appare Ismene, ora desiderosa di morire insieme alla sorella; Antigone rifiuta il suo appoggio, dopo che nel momento del bisogno era stata lasciata sola. Alla fine Creonte fa portare via in catene entrambe le donne, ma solo Antigone è condannata.
Secondo stasimo: Il coro riflette in maniera sconsolata su quanto effimera sia la vita umana, colpita da sventure continue e senza un comprensibile disegno.
Terzo episodio: Appare Emone, figlio di Creonte, molto preoccupato perché Antigone è la sua promessa sposa, ma il re si mostra risoluto: Emone non potrà che sottostare al volere di suo padre. Il figlio ribatte che la popolazione parteggia per Antigone e spera che sia salvata, ma Creonte è assolutamente irremovibile, anzi minaccia il figlio di far uccidere Antigone sotto i suoi occhi. Disperato e sdegnato, Emone corre via.
Terzo stasimo: Il coro canta di Eros, la cui forza è invincibile nel rendere folli tutti coloro che ne sono colpiti.
Quarto episodio: Antigone lamenta, insieme al coro solidale con lei, la propria triste sorte di fanciulla destinata a morire prima ancora di conoscere il matrimonio, quando appare Creonte. Egli afferma che, per non contaminarsi di un crimine odioso agli dei (uccidere una propria consanguinea), si limiterà a lasciarla in una grotta, perché lei lì muoia o viva nella sua prigione lontana da tutti. Antigone non è risollevata, immaginandosi sola e disperata per il resto dei suoi giorni, mentre le guardie la portano via.
Quarto stasimo: Il coro ricorda alcuni personaggi mitologici la cui sorte fu quella di essere imprigionati: Danae, Licurgo e i figli di Cleopatra.
Quinto episodio: Appare Tiresia, indovino cieco, che si rivolge a Creonte affermando che la città è impura a causa della mancata sepoltura di Polinice (del resto anche Polinice, come Antigone, era nipote di Creonte, che quindi compiva tale sfregio verso un consanguineo). Creonte dovrebbe quindi abbandonare le proprie posizioni. Il re accusa Tiresia di fare tali affermazioni per tornaconto personale e riafferma il proprio primato di sovrano, contro i poteri dell’indovino. Andandosene, Tiresia gli dà un ultimo avvertimento: stia attento, perché le Erinni stanno per muoversi contro di lui. Il re resta profondamente turbato dalle parole dell’indovino e discutendo con il coro degli anziani decide infine di dare sepoltura a Polinice e liberare Antigone.
Quinto stasimo: Il coro è contento per il ravvedimento di Creonte ed invoca il dio Dioniso perché guardi benevolo alla città a lui prediletta.
Esodo: Arriva un messaggero, che informa il coro e la moglie di Creonte, Euridice, degli ultimi avvenimenti: il re, una volta seppellito Polinice, ha udito il lamento del figlio Emone provenire dalla grotta di Antigone. Lì vede Antigone, che si è impiccata per non passare il resto della sua vita imprigionata: l’ordine del re di liberarla è arrivato troppo tardi. Emone, piangendone la perdita, nel vedere il padre ha tentato di colpirlo con la spada, ma, mancatolo, ha rivolto l’arma contro se stesso, uccidendosi. Di fronte a queste notizie, ammutolita, Euridice rientra nel palazzo. Arriva Creonte con il cadavere di Emone, rimpiangendo la propria stoltezza che ha portato il figlio alla morte, quando si presenta un secondo messaggero, che riferisce che anche la moglie Euridice si è tolta la vita. A questo punto la rovina del re è completa: egli si definisce uccisore del figlio e della moglie e, disperato, invoca la morte anche per sé.
TRAMA DI ALCESTI DI EURIPIDE (tratta da wikipedia.org)
Nel prologo il dio Apollo narra di essere stato condannato da Zeus a servire come schiavo nella casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia, per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi come vendetta consequenziale all’uccisione del figlio Asclepio per mano di Zeus stesso. Grazie alla sua benevola accoglienza, Apollo nutriva per Admeto un grande rispetto, tanto da esser riuscito a ottenere dalle Moire che l’amico potesse sfuggire alla morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Nessuno, tuttavia, era disposto a farlo, né gli amici, né gli anziani genitori: solo l’amata sposa Alcesti si era detta pronta. Quando sulla scena arriva Tanato, la Morte, Apollo tenta inutilmente di evitare la morte della donna e si allontana, lasciando la casa immersa in un silenzio angoscioso.
Con l’ingresso del coro dei cittadini di Fere si apre la tragedia vera e propria. Mentre i coreuti piangono per la sorte della regina, una serva esce dal palazzo e annuncia che Alcesti è ormai pronta a morire, anche se vinta dalla commozione per la sorte della sua famiglia. Grazie all’aiuto di Admeto e dei figli, appare direttamente sulla scena per pronunciare le sue ultime parole: saluta la luce del sole, compiange sé stessa, accusa i suoceri, che egoisticamente non hanno voluto sacrificarsi, e consola il marito. Dopo essersi fatta promettere dal marito di non essere sostituita da un’altra donna, Alcesti muore.
Dopo i tristi commenti del figlioletto, di Admeto e del Coro, arriva sulla scena Eracle, intento in una delle dodici fatiche, per chiedere ospitalità. Admeto lo accoglie con generosità, pur non nascondendogli la propria afflizione, tanto da essere costretto a spiegargliene il motivo. Racconta all’eroe che è morta una donna che viveva nella casa, ma non era consanguinea, così da non metterlo a disagio, pur nascondendo in qualche modo la verità dei fatti.
Prima dei funerali sopraggiunge Ferete, padre di Admeto, per portare in dono una veste funebre: il re lo respinge stizzito, accusandolo di essere il colpevole della morte della moglie, in quanto Ferete non aveva voluto sacrificarsi, nonostante di età avanzata, per salvare il figlio dalla morte. E del resto nemmeno la madre di Admeto aveva voluto farlo. Ma Admeto si sente accusare di essere solo un codardo.
A questo punto, il Coro esce di scena (espediente prima di allora usato da Eschilo nelle Eumenidi e da Sofocle nell‘Aiace) e si conclude la sezione più propriamente “tragica” dell’opera; in quella successiva il dramma si risolve positivamente.
Entra in scena un servo, che si lamenta del comportamento di Eracle, il quale, senza riguardo per la situazione, si è perfino ubriacato. Anche se gli era stato ordinato di non farlo, lo schiavo decide di rivelare a Eracle la verità: la donna “non consanguinea” morta, in realtà, è la moglie di Admeto. L’eroe, fortemente pentito, decide così di andare nell’Ade per riportarla in vita.
Dopo il terzo stasimo, contenente un elogio di Admeto e Alcesti, Eracle ritorna con una donna velata, fingendo di averla “vinta” a dei giochi pubblici, per mettere alla prova la sua fedeltà. Admeto, inizialmente, ha quasi orrore a toccarla, convinto che sia un’altra, e acconsente a guardarla solo per compiacere il suo ospite. Tolto il velo, si scopre che la donna è Alcesti, ora restituita all’affetto dei suoi cari. Eracle spiega che non le è consentito parlare per tre giorni, il tempo necessario per essere “sconsacrata” agli inferi.
TRAMA DI “I PERSIANI” DI ESCHILO (tratta di wikipedia.org)
La tragedia è ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove la regina Atossa, madre del regnante Serse, ed i vecchi e fedeli soldati di Dario, lasciati a presidiare la capitale, attendono con ansia l’esito della spedizione persiana contro la Grecia. In un’atmosfera cupa e colma di presagi funesti, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Non appena la regina finisce di narrare il sogno, arriva un messaggero, che porta l’annuncio della totale disfatta della flotta dei Persiani a Salamina.
La battaglia viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte, poi con l’analisi delle fasi dello scontro e infine con il quadro desolante delle navi persiane distrutte, galleggianti in rottami in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto.
Lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa dello spettro del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa. Lo spettro dà una spiegazione etica alla disfatta militare, giudicandola la giusta punizione per la hýbris (tracotanza) di cui si è macchiato il figlio, che non ha voluto limitarsi, come il padre Dario, ad amministrare il proprio impero, ma ha voluto estenderlo verso l’Europa. Arriva infine il diretto interessato, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il proprio lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia.
TRAMA DI “ILIADE” DI OMERO
Per questa rappresentazione non c’è una trama specifica in quanto è un “adattamento” a firma di Giuliano Peparini fondata sulla vicenda che il poeta Omero narra nell’Iliade.
E’ un evento che ha una sua particolarità culturale ed artistica ed è stato creato per gli studenti e per le scuole di danza.
Questo è il testo sul volantino dell’INDA di presentazione della stagione 2026 a proposito della rappresentazione “iliade” con la regia di Giuliano Peparini:
“Un evento pensato per tutti gli studenti e per le scuole di danza! Sul palco ci saranno gli ex allievi e gli allievi dell’Accademia INDA insieme agli allievi della Peparini Academy: ragazzi e ragazze che, come voi, hanno scelto di trasformare la loro passione in futuro.
Perché I’INDA crede nello spettatore di domani: voi.
Per questo abbiamo pensato a un’occasione speciale per vivere da vicino il mito più potente di sempre.”
Tratto da wikipedia.org:
” ... L’Iliade (in greco antico: Ἰλιάς?, Iliás) è un poema epico in esametri dattilici, tradizionalmente attribuito a Omero. Ambientato ai tempi della guerra di Troia, città da cui prende il nome, narra gli eventi accaduti nei cinquantuno giorni del decimo e ultimo anno di guerra, in cui l’ira di Achille è l’argomento portante. Opera antica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca …”
TESTO CONSIGLIATO (link ad Amazon):
